“Se non confessi, stupreremo tua sorella”: l’incubo delle gemelle iraniane, una condannata a morte e l’altra arrestata per aver protestato

Hanno 19 anni, frequentavano ancora le superiori e avevano partecipato alle manifestazioni antigovernative di gennaio a Isfahan. Poi, nel cuore della notte, uomini mascherati le hanno portate via dalla loro casa. Per quattro mesi la famiglia non ha saputo dove fossero. Oggi Taraneh Rahimi è stata condannata a morte e sua sorella gemella Romina a 25 anni di carcere.

Taraneh sognava di avere un giorno una sua scuderia. In una fotografia accarezza il muso di un cavallo, seduta a terra. Romina, in un’altra immagine, tiene vicino al viso un mazzo di fiori bianchi.

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È difficile conciliare quelle immagini con il racconto di ciò che sarebbe accaduto dopo il loro arresto. Taraneh e Romina Rahimi sono due sorelle gemelle iraniane, oggi ventenni, finite nelle carceri della Repubblica islamica dopo aver preso parte alle proteste antigovernative esplose in Iran nel gennaio 2026.

Secondo quanto ricostruito dal The Guardian attraverso la testimonianza del loro cugino Masoud Nourmohammadi, residente negli Stati Uniti, le ragazze vennero prelevate dalla loro abitazione circa un mese dopo aver manifestato a Isfahan. Gli uomini che entrarono in casa avevano il volto coperto e sarebbero poi stati identificati come appartenenti o legati ai Guardiani della rivoluzione islamica. Furono trascinate via con dei sacchi sulla testa e, da quel momento, per la mamma, è cominciato un vero incubo. Quattro mesi senza sapere dove fossero le figlie. Lei, Marzieh Nourmohammadi, ha cresciuto da sola le sue due ragazze e dopo la loro scomparsa le ha cercate per mesi, rivolgendosi a tribunali, ospedali e istituzioni.

Poi arrivò una telefonata: le sue figlie erano detenute nel carcere di Dowlatabad, a Isfahan e quando riuscì finalmente a incontrarle, nel maggio scorso, secondo il racconto del nipote quasi non le riconobbe.

Non riconosceva le sue stesse figlie: erano state picchiate, avevano i volti terribilmente gonfi, lividi su tutto il corpo, gomiti, nocche e piedi rotti.

Secondo il racconto del cugino Masoud, le due ragazze sarebbero state trascinate da una cella all’altra per i capelli, fino a perderne gran parte, e tenute entrambe in isolamento. Quando la famiglia riuscì finalmente a rivederle, le condizioni apparvero drammatiche: volti gonfi, lividi, fratture e ciocche di capelli mancanti. Accuse gravissime, riportate dai familiari e ricostruite dal Guardian.

“Se non confessi, stupreremo tua sorella davanti a te”

Secondo la testimonianza raccolta dal Guardian, Taraneh sarebbe stata costretta a firmare una confessione sotto una minaccia terribile: se non lo avesse fatto, gli agenti avrebbero violentato Romina davanti a lei. In tribunale la giovane ha sostenuto che quelle ammissioni fossero state ottenute con la tortura, mentre la famiglia afferma che non siano mai state presentate prove di un coinvolgimento delle gemelle in episodi di violenza.

Poi sono arrivate le sentenze: pena di morte per Taraneh, 25 anni di carcere per Romina. Due condanne profondamente diverse, pronunciate in primo grado dal Tribunale rivoluzionario di Isfahan e ancora appellabili. Taraneh è una delle dieci persone condannate a morte per le proteste di piazza Shohada.

Da allora la famiglia non avrebbe più visto le due ragazze. Il cugino Masoud teme che la condanna abbia soprattutto uno scopo intimidatorio:

È come se volessero mettere paura alle persone, dire: guardate, non importa quanto siate innocenti, possiamo prendervi. E non scendete più in strada.

La loro storia, del resto, si inserisce in una repressione molto più vasta. Nel 2026, secondo i dati citati dal giornale britannico, in Iran sono già state eseguite oltre 500 condanne a morte: almeno 29 sarebbero legate alle proteste antigovernative di gennaio e almeno 16 delle persone giustiziate erano donne. Nella sola Isfahan, più di 70 manifestanti rischierebbero la pena capitale.

Eppure, fino a pochi mesi fa, Taraneh e Romina erano semplicemente due ragazze di 19 anni che frequentavano ancora le superiori. Secondo la famiglia non erano attiviste né avevano partecipato prima ad altre manifestazioni. Poi sono scese in strada, uomini mascherati le hanno prelevate di notte e per quattro mesi la madre non ha saputo dove fossero.

Oggi una delle sue figlie rischia di essere impiccata, mentre l’altra potrebbe trascorrere 25 anni dietro le sbarre. Masoud ha scelto di raccontare pubblicamente la loro storia nonostante le minacce di morte ricevute sui social e via messaggio. Con lui vive anche sua madre, la nonna delle gemelle: una famiglia che, da mesi, aspetta soltanto di poterle riabbracciare.

Non passa un solo secondo in cui la incontri e non stia piangendo.

Dietro le statistiche sulle esecuzioni, dietro le sentenze, dietro parole immense come “repressione” e “diritti umani”, alla fine rimane anche questo: una madre che per mesi cerca le proprie figlie e una famiglia che oggi non sa se potrà riabbracciarle entrambe.

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