Arancione acceso, tracolla, linee pulite. Una di quelle borse che potreste vedere addosso a chiunque in metro, la mattina, tra un caffè preso al volo e una mail da mandare. Poi si tira una cinghia, si apre una cerniera e nel giro di quindici secondi quella borsa si gonfia e diventa un giubbotto di salvataggio.
Sembra la trovata di un film catastrofico. E invece è LIFELINE, un prototipo presentato alla Climate Week di New York che si sta svolgendo in questi giorni e fino al 28 settembre nella Grande Mela. In vendita non c’è, e non ci sarà. I suoi creatori l’hanno pensata come un’installazione, un oggetto che serve a farci fare i conti con qualcosa che tendiamo ancora a immaginare lontano: il clima che cambia, qui e adesso.
Tutto è partito dalla metro di New York
L’idea è nata guardando le immagini, sempre più frequenti, delle stazioni della metropolitana di New York invase dall’acqua dopo piogge torrenziali. Immagini diventate anche qui da noi, purtroppo, molto familiari. Davanti a quelle scene, il direttore creativo Philip Le Brun e l’architetta e designer Gabriela Mestriner si sono posti una domanda semplice e inquietante: e se un giorno uscire di casa volesse dire portarsi dietro anche un salvagente?
Un vecchio impermeabile, un giubbotto dismesso e niente di nuovo
La parte bella (sì, in questa storia ce n’è anche una) è come è stata realizzata. Per il pezzo unico Mestriner non ha usato nemmeno un materiale nuovo, solo gli scarti di un vecchio impermeabile e di un giubbotto di salvataggio che nessuno usava più. Li ha smontati e ha risaldato a caldo le varie parti per fare spazio alla camera d’aria e al sistema di gonfiaggio rapido. Cuciture, fibbie e dettagli originali sono rimasti al loro posto.
C’è persino un cappuccio removibile. In caso di emergenza la borsa si apre lungo la patta centrale, ci si infila la testa e il resto avvolge il busto come un’imbracatura di soccorso. Upcycling allo stato puro, insomma, ma con un messaggio che pesa molto più della borsa.
«Un oggetto essenziale che non dovrebbe mai esistere»
Guardata di sfuggita, LIFELINE potrebbe passare per l’ultimo accessorio di tendenza. Poi però l’occhio cade su quell’arancione, lo stesso dei soccorsi in mare, e sui meccanismi pneumatici lasciati in vista. A quel punto la borsa, uno degli oggetti più ordinari del nostro quotidiano, diventa un dispositivo d’emergenza.
I creatori l’hanno descritta così: «Un oggetto essenziale che non dovrebbe mai esistere». Ed è lì che sta il punto. Nessuno pensa davvero di risolvere gli allagamenti urbani con una borsa gonfiabile. La domanda che LIFELINE ci mette davanti è un’altra, e non è comoda: fin dove siamo disposti ad adattarci? Quanto ci vorrà prima che eventi che un tempo chiamavamo eccezionali ci sembrino normali? Arriveremo a considerare un salvagente parte del kit per uscire di casa, insieme a chiavi e cellulare?
Quando la moda incontra il linguaggio dell’emergenza
Guardata di sfuggita, LIFELINE potrebbe passare per l’ultimo accessorio alla moda, ideale per lo shopping o il lavoro. Poi però l’occhio cade su quell’arancione, lo stesso dei soccorsi in mare e sui meccanismi pneumatici lasciati in vista. A quel punto la borsa, uno degli oggetti più ordinari del nostro quotidiano e simbolo del consumismo, si trasforma in un dispositivo di emergenza.
I suoi creatori l’hanno definita:
Un oggetto essenziale che non dovrebbe mai esistere
La provocazione è sottile ma profonda. Nessuno pensa davvero di risolvere gli allagamenti urbani con una borsa gonfiabile. La domanda che LIFELINE ci mette davanti è un’altra e non è affatto comoda: fin dove siamo disposti ad adattarci? Quanto ci vorrà prima che eventi che un tempo chiamavamo eccezionali ci sembrino normali? Arriveremo a considerare un salvagente parte del kit per uscire di casa, insieme a chiavi e cellulare?
L’arte e il design che risvegliano il rispetto per il Pianeta
Quando si parla di clima, la paura da sola rischia di paralizzarci: se il problema sembra troppo grande, finiamo per voltarci dall’altra parte. Serve un linguaggio che renda la crisi concreta senza toglierci la voglia di agire. LIFELINE ci riesce proprio così, perché non urla alla catastrofe ma ci mette in mano un oggetto familiare e ci lascia arrivare da soli alla domanda giusta. E non è l’unico progetto a percorrere questa strada.
Non è la prima volta, ad esempio, che l’attrezzatura di soccorso diventa un modo per parlare di clima. Anche il designer italiano Tobia Zambotti ha recuperato salvagenti destinati alla discarica e li ha trasformati in poltrone, per richiamare l’attenzione sull’innalzamento del livello dei mari.
Linguaggi diversi, stessa urgenza. Se non cambiamo rotta, tagliando le emissioni e ripensando il modo in cui viviamo, il confine tra una giornata qualunque e un’emergenza rischia di assottigliarsi sempre di più. E il giorno in cui una borsa arancione come questa smetterà di sembrarci una provocazione, sarà il giorno peggiore di tutti perché, proprio come la rana bollita, ci accorgeremo che è già troppo tardi.