L’indri canta appeso agli alberi delle foreste del Madagascar e, quando deve salire di nota, fa una cosa molto precisa: apre di più la bocca. Fotogramma dopo fotogramma, i ricercatori hanno visto aumentare insieme frequenza del suono e distanza tra le labbra. È lo stesso principio acustico sfruttato dai cantanti lirici per dare più forza alle note alte. Con una differenza abbastanza evidente: l’indri non ha frequentato il conservatorio.
A misurarlo è uno studio pubblicato su PLOS Computational Biology da un gruppo internazionale guidato da ricercatori dell’Università di Torino e dell’Università di Warwick. L’Indri indri è l’unico lemure conosciuto capace di produrre veri e propri canti, sequenze vocali usate anche per comunicare con il proprio gruppo e farsi sentire dai vicini attraverso una foresta dove alberi, foglie e distanza fanno un discreto lavoro di disturbo.
Più sale la nota, più si apre la bocca
I ricercatori sono partiti da 83 registrazioni video di 19 indri selvatici, raccolte in Madagascar. Un software ha seguito sul volto degli animali 13 punti di riferimento, compresi il centro del labbro superiore e quello inferiore, permettendo di misurare l’apertura della bocca mentre l’audio registrava contemporaneamente la frequenza del canto.
Foglie davanti al muso, animali girati male e riprese inevitabilmente complicate hanno ridotto parecchio il materiale utilizzabile. Dopo i controlli sono rimasti 3.598 fotogrammi provenienti da 23 video di 12 indri. Abbastanza, però, per vedere una relazione molto netta: nelle vocalizzazioni analizzate, comprese tra 573 e 1.238 hertz, le note più alte coincidevano con aperture maggiori della bocca. La differenza tra maschi e femmine, in questo caso, non risultava significativa.
È interessante perché nei cantanti umani succede qualcosa di simile. Aprire maggiormente la bocca modifica la forma del tratto vocale e quindi le sue risonanze, i cosiddetti formanti. Quando una di queste risonanze si avvicina alla frequenza prodotta dalla voce o ai suoi armonici, il suono può guadagnare intensità. È il formant tuning, una tecnica ben conosciuta nel canto classico.
L’indri sembra avere a disposizione la stessa soluzione fisica. Per un animale che deve mandare la propria voce attraverso decine di metri di vegetazione fitta, far uscire meglio il suono può avere parecchia più utilità di un bell’acuto da applauso.
Un cranio di resina per seguire il suono
Il movimento della bocca, da solo, lasciava ancora una domanda: quell’apertura modifica davvero le risonanze della voce dell’indri?
Studiare direttamente il tratto vocale di questi animali è complicato. Gli indri vivono soltanto in alcune foreste del Madagascar e non sopravvivono in cattività, quindi i ricercatori hanno lavorato con due repliche in resina di crani. Hanno spostato la mandibola simulando aperture da 0,2 fino a 5 centimetri e ricostruito la forma interna delle cavità per ottenere un modello acustico del tratto vocale.
Quando la mandibola veniva aperta, cambiavano anche le frequenze di risonanza simulate. Alcune seguivano proprio l’andamento delle frequenze osservate nei canti degli animali. Il risultato sostiene quindi l’ipotesi che l’indri possa modificare la configurazione del tratto vocale mentre canta, aumentando l’intensità e la capacità di propagazione di determinate note.
Il lemure soprano va preso con misura
La somiglianza con i cantanti umani riguarda il meccanismo acustico. Lo studio non può stabilire se l’indri apra volontariamente la bocca per amplificare la voce oppure se quel movimento accompagni semplicemente la produzione delle note più alte.
Anche la mandibola racconta solo una parte di quello che succede durante il canto. Labbra, lingua e faringe contribuiscono a modificare il tratto vocale e nessuno può osservare direttamente tutto questo dentro la gola di un indri mentre canta a diversi metri d’altezza su un albero. I ricercatori, inoltre, hanno ricavato misure tridimensionali da normali riprese video: se l’animale gira la testa, la geometria cambia e i dati diventano meno affidabili. Sono limiti che gli stessi autori descrivono nello studio.
Rimane però una prima prova quantitativa diretta di una coordinazione molto raffinata tra movimento della bocca e frequenza del canto in questo primate. E soprattutto un altro esempio di animali molto diversi che, davanti allo stesso problema fisico — spedire una voce abbastanza lontano — finiscono per trovare soluzioni sorprendentemente simili.
L’indri, nel frattempo, continuerà a fare quello che faceva molto prima che qualcuno inventasse il conservatorio: aprire la bocca, salire di nota e mandare il proprio canto oltre gli alberi.
Fonte: PLOS Computational Biology