Rinchiusa dal marito per 15 anni, Sonabai Rajawar trasformò la sua prigione in un’opera d’arte

Suo marito la chiuse in una casa senza finestre per anni. Lei, invece di spegnersi, riempì quelle stanze di colore, forme e vita, fino a trasformarle in uno dei capolavori più sorprendenti dell’arte popolare indiana.

Questa è la storia di Sonabai Rajawar, artista nata in un piccolo villaggio dell’India centrale, nell’attuale stato del Chhattisgarh, e scomparsa nel 2007.

Una vita segnata dall’isolamento

Sonabai crebbe in una famiglia numerosa e affiatata, in un contesto dove uomini e donne, pur avendo ruoli distinti, potevano comunque parlarsi e vivere insieme la quotidianità del villaggio. Fu data in sposa giovanissima a un uomo molto più anziano di lei, ed ebbe con lui uno solo figlio, Daroga Ram.

Fu proprio dopo la nascita del bambino che la sua vita cambiò radicalmente. Per motivi mai del tutto chiariti — le fonti parlano di gelosia morbosa del marito — Sonabai venne isolata dal resto del mondo: non poteva più ricevere visite, uscire di casa né parlare con nessuno al di fuori del marito e del figlio. Il periodo di reclusione durò per anni (le testimonianze raccolte nel tempo indicano cifre diverse, tra i dieci e i quindici anni), trascorsi quasi interamente tra le mura di un’abitazione di argilla ai margini del villaggio di Puhputra.

Sonabai non ha mai voluto commentare pubblicamente quanto le accadde. La sua risposta a quella condizione, però, fu straordinaria.

L’argilla come via di sopravvivenza

Non avendo alcuna formazione artistica né materiali a disposizione, Sonabai iniziò a modellare l’argilla del cortile interno per creare giocattoli per il figlio: cavalli, mucche, uccelli, serpenti, piccole figure umane. Ciò che nacque come gesto materno si trasformò presto in una necessità creativa incontenibile.

Per colorare le sue creazioni, Sonabai imparò a ricavare pigmenti naturali macinando spezie, erbe e minerali che aveva in casa, e costruì da sé i propri pennelli. Per rendere la casa vivibile durante il caldo torrido dell’estate indiana, iniziò a intrecciare listelli di bambù avanzati dalla costruzione, ricoprendoli di argilla per creare grate decorative capaci di far filtrare aria e luce, riducendo al contempo la calura interna. Su queste strutture aggiunse serpenti che si arrampicavano, uccelli appollaiati, suonatori di flauto, danzatori: un intero mondo immaginario che si espandeva lentamente su pareti, architravi e persino intorno al forno per cucinare.

In totale isolamento, senza aver mai visto altre opere simili, Sonabai inventò così un proprio linguaggio artistico, oggi conosciuto come Surguji Style, dal nome del distretto d’origine.

La scoperta del mondo esterno

Quando le porte di quella casa si riaprirono, i vicini di villaggio si trovarono davanti a qualcosa di inatteso: quello che era stato un luogo di reclusione era diventato una vera e propria galleria d’arte a cielo coperto. La voce si sparse rapidamente e, nel 1983, raggiunse i curatori del Bharat Bhavan Museum di Bhopal, che inviarono sul posto dei ricercatori. Quello che trovarono nella casa di Sonabai non erano semplici decorazioni domestiche, ma un’opera artistica compiuta e originale.

Da quel momento la vita di Sonabai cambiò per la seconda volta, ma in direzione opposta. Le sue creazioni iniziarono a essere esposte in India e all’estero — viaggiò fino in Australia e negli Stati Uniti insieme al figlio e alla nuora — e nel 1985 ricevette il President’s Award, una delle onorificenze più prestigiose per l’artigianato indiano. Grazie a finanziamenti governativi, poté anche insegnare la propria tecnica ad altri artisti della comunità, trasformando quella che era stata un’espressione nata nella solitudine in una tradizione condivisa, capace col tempo di sostenere l’economia dell’intero villaggio.

Nonostante il successo e la fama internazionale, Sonabai rimase per tutta la vita una donna schiva e riservata: si sentiva più a suo agio a esprimersi attraverso forme e colori che con le parole.

Un’eredità che parla di libertà

L’arte di Sonabai viene talvolta accostata a quella di Nek Chand, il celebre creatore del Rock Garden di Chandigarh: entrambi diedero vita a mondi popolati da creature fantastiche partendo da materiali poveri. Ma se Nek Chand costruì il suo universo all’aperto, con oggetti recuperati dall’esterno, Sonabai fece l’esatto contrario: portò il mondo dentro le mura della propria casa, trasformando dall’interno ciò che la reclusione le aveva lasciato.

Nelle sue opere non c’è traccia di rabbia o disperazione. C’è, piuttosto, una gioia di vivere sorprendente, quasi in contraddizione con la storia che la generò — a conferma che la creatività può diventare, anche nelle condizioni più difficili, uno spazio di libertà che nessuno può davvero chiudere a chiave.

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