Straordinario! Dal mare di Mazara del Vallo riemerge un relitto romano con centinaia di anfore

A 46 metri sotto la superficie, sul fondale davanti a Mazara del Vallo, ci sono ancora centinaia di anfore. Il relitto che le trasportava è rimasto lì per oltre duemila anni, fino alla segnalazione di alcuni cittadini e alle successive ricognizioni dei Carabinieri e della Soprintendenza del Mare. La datazione è ancora preliminare: tra il II e il I secolo a.C., in piena età repubblicana romana.

Il sito si trova a circa tre miglia dalla costa trapanese e, secondo il comunicato del Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, conserva centinaia di anfore, in prevalenza Dressel 1A, due ceppi d’ancora e un’altra struttura in piombo. Per adesso rimangono sul fondo: sono previste nuove attività di documentazione e studio, insieme alle misure necessarie per proteggere il giacimento archeologico.

Ritrovamento Mazara Del Vallo

©Carabinieri Tutela del Patrimonio Culturale

Quelle anfore erano fatte per viaggiare con il vino

Il dettaglio delle Dressel 1A racconta già qualcosa, pur senza permettere ancora di ricostruire il viaggio di quella nave. La stessa Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana, descrivendo reperti della medesima tipologia rinvenuti in altri contesti, le identifica come anfore vinarie databili tra la fine del II e la metà del I secolo a.C.

Anche gli studi archeologici sulla tipologia collocano le Dressel 1A nella produzione italiana tardo-repubblicana e nel commercio del vino. Un rapporto archeologico conservato da Historic England ne indica la produzione approssimativamente dal 130 a.C. alla metà del I secolo a.C.

Questo rende le anfore particolarmente interessanti per datare il relitto e, con analisi più approfondite, potrebbe aiutare a ricostruirne provenienza e carico. Che quelle di Mazara contenessero effettivamente vino, però, al momento non è stato ancora dimostrato: il comunicato ufficiale identifica la forma dei contenitori, senza riportare analisi dei residui o iscrizioni che permettano già di stabilirne il contenuto e l’origine.

Ritrovamento Mazara Del Vallo

©Carabinieri Tutela del Patrimonio Culturale

Ed è proprio qui che il relitto diventa più interessante delle fotografie delle anfore sul fondo. Un carico così numeroso, insieme alle ancore e agli altri elementi della nave, può conservare informazioni sulle merci, sui porti e sulle rotte commerciali che attraversavano questa parte del Mediterraneo oltre venti secoli fa. Servono però rilievi e studio del contesto prima di assegnare a quella nave una provenienza e una destinazione che oggi ancora non conosciamo.

La scoperta è partita dalla segnalazione di privati cittadini

Il relitto non è arrivato alla luce durante una campagna archeologica programmata. Sono stati alcuni privati cittadini a segnalarne la presenza. Da lì è partito il sopralluogo congiunto del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Palermo, della Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana e del Nucleo Carabinieri Subacquei di Messina, con il supporto della Motovedetta dei Carabinieri di Trapani.

Ritrovamento Mazara Del Vallo

©Carabinieri Tutela del Patrimonio Culturale

Le ricognizioni hanno quindi permesso di riconoscere il giacimento e proporre la prima datazione. Il passaggio successivo spetta soprattutto alla Soprintendenza del Mare, che dovrà documentare più precisamente il sito e definirne le misure di tutela. Il relitto è stato individuato, non scavato integralmente: gran parte della sua storia è quindi ancora sotto 46 metri d’acqua.

Il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha definito il ritrovamento “una delle più importanti scoperte archeologiche subacquee degli ultimi anni”. Il Ministero della Cultura sottolinea soprattutto il valore che il sito potrà avere per studiare uomini, rotte e scambi nel Mediterraneo antico. Anche qui il futuro è affidato alle prossime indagini: le anfore sono centinaia, le risposte per ora decisamente meno.

Ritrovamento Mazara Del Vallo

©Carabinieri Tutela del Patrimonio Culturale

Mazara del Vallo, del resto, conosce bene l’archeologia che arriva dal mare. Il patrimonio subacqueo della zona ha restituito nel tempo reperti diventati parte della storia archeologica siciliana, a cominciare dal celebre Satiro danzante. Questa volta, però, sul fondo è rimasto un intero contesto da leggere. E a 46 metri di profondità, dopo più di duemila anni, nessuno ha particolare fretta di rovinare l’ultima pagina.

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