Tetto agli studenti stranieri, trattati come un problema da contenere: il paradosso del Paese Ue col più basso tasso di natalità

Ok ok ok, tra donne con le gonne (lunghe) e Pontida dove, oibò, giammai “passa lo straniero”, è stato un week end complesso ed emotivamente pesante, ce ne rendiamo conto. Ma è il caso di dire che non c’è due senza tre se vogliamo considerare anche l’ultimo annuncio urlato dal Governo Meloni.

Dal palco della festa di Gioventù Nazionale, Fenix (la formazione giovanile del suo partito), la premier ha rivelato che sta per arrivare un “provvedimento in Consiglio dei ministri che introdurrà il numero massimo di studenti stranieri”.

Et voilà. L’ha detta proprio così, aggiungendo anche che in Cdm un’altra norma introdurrà il divieto di burqa e niqab a scuola e che “non esiste che in una classe italiana a sentirsi in un angolo siano i bambini italiani perché sono diventati la minoranza. Non si può fare”.

Ah: i giovani lì presenti hanno esultato:

La circolare che esiste già

Un riferimento al “tetto del 30%” esiste dal 2010, ma con una distinzione importante: non è un limite rigido fissato da una legge, ma un criterio organizzativo introdotto con una circolare ministeriale, con diverse possibilità di deroga.

La Circolare ministeriale n. 2 dell’8 gennaio 2010, emanata quando al ministero dell’Istruzione c’era Mariastella Gelmini, stabilì infatti testualmente che il numero degli alunni “con cittadinanza non italiana” presenti in ciascuna classe non dovrebbe superare, “di norma”, il 30% del totale degli iscritti. La stessa circolare precisa però che questi criteri “non vanno […] intesi quali vincoli posti ai genitori”, ma come criteri organizzativi per distribuire in maniera equilibrata gli studenti tra scuole e classi.

Ciò vuol dire che, ad oggi, il 30% può essere superato con decisione dell’Ufficio scolastico regionale, ad esempio quando gli studenti con cittadinanza straniera – la circolare cita espressamente quelli nati in Italia – hanno adeguate competenze linguistiche. Può anche essere ridotto quando gli alunni hanno invece una conoscenza dell’italiano insufficiente. La circolare contempla inoltre deroghe motivate per continuità didattica, presenza di risorse di supporto o impossibilità concreta di trovare soluzioni alternative.

In realtà un principio ancora precedente risale al DPR 394 del 1999, tuttora vigente: l’articolo 45 stabilisce che nella distribuzione degli alunni stranieri si debba evitare la formazione di classi nelle quali la loro presenza risulti “predominante”. Qui però non compare alcuna percentuale. C’è poi un’altra norma recente che può creare confusione. Nel 2024, il decreto-legge 71, poi convertito nella legge 106/2024, ha introdotto una soglia del 20%, ma non è un tetto agli studenti stranieri: serve per individuare le classi alle quali può essere assegnato un docente di italiano L2. Riguarda studenti stranieri appena entrati nel sistema scolastico italiano o con competenze linguistiche inferiori al livello A2.

A fare la differenza oggi, quindi, è il fatto che la premier abbia parlato esplicitamente di un provvedimento che introdurrà “per legge il numero massimo di studenti stranieri per classe”.

Ma quanti sono gli studenti stranieri in Italia?

Innazitutto va chiarita una distinzione: gli alunni con cittadinanza non italiana non coincidono con tutti gli studenti con “background migratorio”, una categoria più ampia che può comprendere anche ragazzi ormai cittadini italiani. Secondo le più recenti elaborazioni di Fondazione ISMU su dati del Ministero dell’Istruzione, nell’anno scolastico 2023/24 gli alunni con cittadinanza non italiana erano circa 930 mila, pari all’11,6% della popolazione scolastica.

Un dato importante è che quasi due su tre sono nati in Italia: per molti, quindi, il percorso scolastico si è svolto interamente nel nostro Paese.

Più che il dato nazionale, conta però la distribuzione. La presenza è fortemente concentrata al Nord: la Lombardia da sola accoglie circa un quarto degli studenti con cittadinanza non italiana, seguita da Emilia-Romagna e Veneto. E anche all’interno delle stesse città possono esserci differenze molto forti tra una scuola e l’altra.

Un altro dato va maneggiato con attenzione: circa il 43-44% degli studenti con cittadinanza non italiana è di origine europea, ma questo non significa che abbia la cittadinanza dell’Unione europea. Tra le principali provenienze ci sono infatti anche Albania, Ucraina e Moldova.

Per capire chi sarà effettivamente interessato dal nuovo tetto bisognerà quindi attendere il testo del provvedimento. Secondo alcune anticipazioni, il Governo starebbe valutando di tenere conto non soltanto della cittadinanza, ma anche della conoscenza dell’italiano.

Se gli alunni stranieri diventano un “ingombro”

Ora la nostra questione è: quando si sceglie di raccontare la presenza di bambini e ragazzi di origine straniera soprattutto attraverso un numero massimo da non superare, il rischio è che passi un messaggio preciso e cioè che la loro non sia una presenza da accompagnare e integrare, ma una sorta di ingombro da distribuire affinché non diventi eccessivo.

Una prospettiva che si scontra con quella di chi le città e le periferie le amministra ogni giorno. Proprio nelle stesse ore dell’annuncio di Meloni, il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, intervenendo dal summit Urban 20 di New York, ha indicato scuola e lavoro come i principali strumenti di integrazione, sostenendo che nelle città servono “risposte concrete” alle persone che già vi abitano. Anche i presidi hanno sollevato un problema molto pratico: se una scuola deve accogliere innanzitutto i bambini del proprio quartiere, cosa accade quando proprio in quel quartiere vive una forte concentrazione di famiglie straniere?

Insomma, servono percentuali o servono più strumenti perché quelle classi funzionino? Più insegnamento dell’italiano, mediazione culturale, servizi educativi, sostegno alle famiglie e risorse per le scuole che lavorano nei territori più complessi sono interventi di natura molto diversa dal semplice spostamento degli studenti da una classe all’altra.

Tutto ciò anche alla luce del fatto che l’Italia continua a fare i conti con un calo strutturale delle nascite: nei primi sei mesi del 2026 sono nati circa 166 mila bambini, lo 0,8% in meno rispetto allo stesso periodo del 2025. L’Istat sottolinea inoltre che è proprio il saldo migratorio positivo a compensare in parte un ricambio naturale fortemente negativo (Istat). Anzi, secondo gli ultimi dati comparabili Eurostat, relativi al 2024, l’Italia è il Paese dell’Unione europea con il tasso grezzo di natalità più basso: 6,3 nati vivi ogni 1.000 abitanti, contro una media UE di 7,9. Seguono Spagna (6,5), Grecia e Lituania (6,6).

In un Paese che perde bambini e invecchia, quindi, la questione non è soltanto quanti studenti di origine straniera possano stare nella stessa aula, ma quale scuola vogliamo costruire per ragazze e ragazzi che, in moltissimi casi, sono nati qui, crescono qui e qui costruiranno il proprio futuro.

Perché mettere un tetto è relativamente semplice. Integrare davvero è molto più difficile. Ma se mai si parte…

Fonte: Fondazione ISMU

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