Il pompelmo rosa è ormai una presenza familiare nei supermercati e sulle nostre tavole, ma la sua storia è molto più particolare di quanto si possa immaginare. Il colore rosa e rosso che caratterizza alcune delle varietà che consumiamo oggi è il risultato di una lunga successione di mutazioni naturali e, in alcuni casi, di mutazioni indotte attraverso l’uso delle radiazioni. Ma attenzione: questo non significa affatto che il frutto sia radioattivo.
Per capire come siamo arrivati al pompelmo rosa che conosciamo oggi bisogna fare un passo indietro. Le prime varietà descritte avevano una polpa bianca, mentre nel corso del tempo alcune mutazioni spontanee hanno dato origine a frutti con tonalità progressivamente più rosa e rosse, modificandone la pigmentazione.
Una delle tappe più importanti risale al 1929, quando fu individuata in Texas una mutazione spontanea che diede origine al celebre Ruby Red, una delle prime varietà di pompelmo dalla polpa intensamente rossa e una tappa fondamentale nella storia commerciale del pompelmo rosa. Il suo colore, tuttavia, non era sempre stabile e tendeva a diminuire nel corso della stagione.
Ed è proprio qui che entra in scena la ricerca scientifica. Nel corso del Novecento gli scienziati hanno iniziato a utilizzare le radiazioni ionizzanti come strumento per indurre mutazioni nelle piante e aumentare la possibilità di ottenere caratteristiche utili per l’agricoltura.
Il principio è abbastanza semplice: l’esposizione alle radiazioni può provocare mutazioni nel DNA. La maggior parte di queste mutazioni non produce caratteristiche vantaggiose, ma in alcuni casi può comparire una caratteristica interessante. I ricercatori possono quindi selezionare le piante che presentano i tratti desiderati e propagarle per ottenere nuove varietà.
Questa tecnica è conosciuta come mutagenesi indotta e non va confusa con la produzione di organismi geneticamente modificati attraverso l’ingegneria genetica. In questo caso, infatti, non viene inserito nel DNA un gene proveniente da un’altra specie: si provocano mutazioni e si selezionano successivamente le piante con le caratteristiche ricercate.
Negli anni ’50 e ’60, nel clima di entusiasmo per le possibili applicazioni pacifiche dell’energia nucleare, nacquero anche i cosiddetti “giardini gamma”, aree sperimentali nelle quali le piante venivano sottoposte a radiazioni per studiare e sfruttare le mutazioni indotte.
La storia del pompelmo rosa, però, non è legata direttamente ai “giardini gamma”: per ottenere alcune delle varietà più rosse che conosciamo oggi, gli scienziati hanno utilizzato specifici programmi di mutagenesi indotta, sottoponendo semi e materiale vegetale a irradiazione. È proprio da qui che nasce la storia di due varietà diventate molto popolari: Star Ruby e Rio Red.
La nascita dei pompelmi rossi moderni
Il primo esperimento risale al 1959, quando presso i Brookhaven National Laboratories alcuni semi di pompelmo Hudson furono irradiati con raggi X e neutroni termici. Dalle piante ottenute furono selezionati esemplari con caratteristiche interessanti, fino ad arrivare alla varietà Star Ruby, caratterizzata da una polpa molto più rossa rispetto al Ruby Red.
Qualche anno dopo, nel 1963, toccò invece a materiale vegetale derivato dal Ruby Red, sottoposto allo stesso tipo di irradiazione. Da questa linea fu selezionata una pianta, denominata 1-48, che produceva frutti dalla polpa rosso intenso. Un successivo germoglio, chiamato 1-48S, presentava un colore ancora più intenso: da questa linea nacque il Rio Red, la cui propagazione commerciale iniziò nel 1984.
Il risultato è una serie di varietà di pompelmo dalla polpa rosa o rosso intenso, con caratteristiche che le hanno rese particolarmente apprezzate e diffuse.
In altre parole, la storia non è quella, molto più semplice e spettacolare, di un pompelmo “bombardato dalle radiazioni e diventato rosso”. È una storia fatta di mutazioni naturali, mutagenesi indotta, selezione delle piante e propagazione delle varietà con le caratteristiche più interessanti.
Ed è proprio questo intreccio ad aver contribuito alla nascita di alcune delle varietà di pompelmo rosa e rosso che oggi possiamo trovare anche nei supermercati.
Ma quindi il pompelmo che mangiamo è radioattivo?
No. Assolutamente no. Questo è forse il punto più importante da chiarire.
Una pianta sottoposta a radiazioni per provocare mutazioni genetiche non diventa automaticamente radioattiva. Le radiazioni utilizzate per indurre mutazioni agiscono sul materiale genetico della pianta, ma non trasformano il frutto in una sorgente di radiazioni.
È un po’ come accade con una radiografia: essere sottoposti a raggi X non significa diventare radioattivi.
Quindi, se acquistate un pompelmo rosso o rosa al supermercato, non dovete preoccuparvi che sia “contaminato” perché la pianta da cui discende, o una sua antenata, è stata sottoposta a un trattamento con radiazioni. Il trattamento ha prodotto mutazioni genetiche che sono state poi selezionate e trasmesse alle generazioni successive, ma il frutto non conserva una radioattività residua dovuta all’irradiazione.
Fonti: UCR / Cornell University