Tsunami nel Mediterraneo? L’UNESCO avverte: “È inevitabile e dobbiamo prepararci” (soprattutto in Costa Azzurra)

Sulla Costa Azzurra il mare ha quell’aria da cartolina che inganna bene: ombrelloni ordinati, passeggiate sul lungomare, barche ferme nei porticcioli, turisti con il costume ancora umido e il telefono in mano. Sembra il posto meno adatto per parlare di tsunami. E invece proprio lì, tra Nizza, Cannes, Antibes e il tratto francese affacciato sul Mar Ligure, gli scienziati insistono da anni su una parola poco comoda: preparazione.

Nel Mediterraneo il rischio tsunami viene percepito spesso come una faccenda lontana, quasi esotica, roba da Pacifico, Giappone, Indonesia, immagini viste nei notiziari e rimaste appiccicate a oceani immensi. Il nostro mare sembra più piccolo, più familiare, più addomesticato. Solo che la geologia ha pochissimo senso dell’arredamento mentale umano. Il bacino mediterraneo è stretto, densamente abitato, circondato da faglie, vulcani, coste urbanizzate, porti, aeroporti, spiagge piene in estate. L’UNESCO-IOC indica per il Mediterraneo una probabilità del 100% di uno tsunami di almeno un metro nei prossimi 30-50 anni; in altre comunicazioni istituzionali parla di una probabilità vicina al 100% per un’onda superiore a un metro nei prossimi 30 anni. Cambia l’intervallo, resta il messaggio: il rischio esiste e riguarda un mare molto più vicino di quanto siamo abituati a pensare.

Uno tsunami, o maremoto, nasce quando una grande massa d’acqua viene spostata all’improvviso. Può accadere per un terremoto sottomarino, una frana sotto il mare, un’eruzione vulcanica. L’onda viaggia veloce, spesso senza avere in mare aperto l’aspetto spettacolare che immaginiamo. Il problema arriva vicino alla costa, quando l’energia si concentra, l’acqua invade la terraferma e le correnti diventano abbastanza forti da trascinare persone, auto, barche, strutture leggere. La prima onda può essere seguita da altre, e quella iniziale può anche lasciare una falsa impressione di scampato pericolo. L’Organizzazione mondiale della sanità ricorda che tra il 1998 e il 2017 gli tsunami hanno causato oltre 250mila morti nel mondo, gran parte dei quali nel disastro dell’Oceano Indiano del 2004.

La Costa Azzurra lo sa già

La Costa Azzurra ha già visto il mare comportarsi in modo anomalo. Il 16 ottobre 1979, a Nizza, il crollo sottomarino legato ai lavori nell’area del porto e dell’aeroporto generò un maremoto locale: morirono otto persone e i danni si registrarono anche ad Antibes e Cannes. Gli studi successivi hanno ricostruito l’inondazione soprattutto nelle zone di La Salis e La Garoupe, ad Antibes, con effetti osservati per diversi minuti lungo la costa.

Ancora prima, il 23 febbraio 1887, il terremoto ligure colpì l’area tra la Riviera italiana e quella francese. Le ricostruzioni storiche parlano di un ritiro improvviso del mare a Cannes e Antibes, seguito da onde fino a circa due metri, con spiagge invase e danni materiali. Vicino a Imperia, il run-up massimo viene stimato intorno ai due metri. Era un Mediterraneo senza smartphone, senza allerte push, senza pannelli luminosi, senza protezione civile moderna. Restava la stessa cosa che resta anche oggi quando il tempo manca: vedere il segnale, capire, salire più in alto.

Nel 2003 fu il terremoto di Boumerdès, in Algeria, a mostrare quanto il Mediterraneo occidentale sia connesso. Le onde raggiunsero le coste francesi in circa un’ora e un quarto, provocando nei porti abbassamenti del livello del mare, correnti forti, vortici e danni alle imbarcazioni. In alcuni casi furono osservate variazioni tra 50 centimetri e un metro e mezzo. A terra, magari, qualcuno avrebbe potuto liquidarlo come uno strano capriccio del mare. Nei porti, invece, l’acqua aveva già cambiato passo.

La parte più scomoda riguarda i tempi. Se il maremoto nasce lontano, per esempio lungo la costa nordafricana, la Costa Azzurra può avere decine di minuti per attivarsi. Se nasce vicino, nel Mar Ligure o da una frana sottomarina sotto costa, l’arrivo può avvenire in meno di dieci minuti. In quel caso la tecnologia corre, però il mare corre insieme. Un sistema di allerta tradizionale, per quanto efficiente, può trovarsi a inseguire l’onda.

Dal 2012 la Francia ha il CENALT, il centro nazionale di allerta tsunami, inserito nel sistema internazionale coordinato dall’UNESCO per il Mediterraneo e l’Atlantico nord-orientale. Il suo compito è trasmettere messaggi di allerta alle autorità francesi entro quindici minuti da un terremoto potenzialmente tsunamigenico. Funziona per i grandi eventi sismici rilevabili, soprattutto quelli più distanti. Per i maremoti locali, quelli generati quasi sotto i piedi, la prevenzione si sposta sul territorio: cartelli, mappe, percorsi, esercitazioni, scuole preparate, cittadini capaci di riconoscere un terremoto avvertito sulla costa o un ritiro improvviso del mare.

La via più breve

A Nizza e lungo la Costa Azzurra il lavoro più concreto passa dalle mappe. Le zone di evacuazione definite dalle autorità francesi e dall’Università di Montpellier prendono in considerazione quota, distanza dal mare e dati storici: aree sotto i 5 metri di altitudine entro 200 metri dalla costa, con estensione fino a 500 metri lungo le foci dei fiumi. Dentro questo perimetro rientrano tratti molto frequentati, costruiti, pieni di attività e persone.

I numeri rendono la questione meno astratta. Considerando anche la Corsica, lungo il Mediterraneo francese si parla di circa 1.700 chilometri di costa, 187 comuni e almeno 164mila residenti potenzialmente coinvolti. In piena estate, ai residenti vanno aggiunti fino a 835mila bagnanti. Nell’area metropolitana di Nizza-Costa Azzurra, le stime modellano presenze sulle spiagge tra 10mila e 87mila persone, a seconda della stagione e dell’orario. Una differenza enorme, perché evacuare una spiaggia semivuota di mattina presto e una spiaggia piena di agosto sono due lavori diversi.

Per questo l’evacuazione viene studiata a piedi, metro dopo metro. Pendenze, sottopassi, scalinate, colli di bottiglia, velocità diverse tra un adulto allenato, un bambino, una persona anziana, un turista spaesato con le infradito e una famiglia carica di borse. La strategia sviluppata per Nizza e dintorni ha individuato quasi cento siti rifugio fuori dalla portata delle onde e percorsi ottimizzati per raggiungerli nel minor tempo possibile. Qui la parola “rifugio” perde qualsiasi alone drammatico e diventa una cosa molto semplice: sapere dove andare, prima che serva davvero.

Cannes ha già ottenuto il riconoscimento UNESCO-IOC “Tsunami Ready” nel gennaio 2024, primo comune della Francia continentale e della regione nord-orientale Atlantico-Mediterraneo a raggiungere questo traguardo. Il programma prevede 12 indicatori su valutazione del rischio, preparazione e risposta, con riconoscimento rinnovabile ogni quattro anni. Deshaies, in Guadalupa, era già entrata nel percorso. Nizza si sta muovendo nella stessa direzione, con piattaforme informative, mappe interattive e una cultura dell’evacuazione che deve diventare ordinaria quanto leggere il cartello “uscita di sicurezza” in un cinema.

Anche l’Italia è dentro questa storia

Per l’Italia il discorso suona ancora più familiare. Abbiamo coste lunghe, città sul mare, porti, isole, vulcani attivi, aree sismiche e una stagione turistica che trasforma certi litorali in corridoi umani. Il sistema nazionale di allertamento per i maremoti generati da terremoti nel Mediterraneo si chiama SiAM ed è stato istituito con la direttiva del 17 febbraio 2017. Coinvolge Dipartimento della Protezione Civile, INGV e ISPRA. Il Centro Allerta Tsunami dell’INGV valuta il potenziale tsunamigenico dei terremoti; ISPRA fornisce in tempo reale i dati della rete mareografica; la Protezione Civile diffonde i messaggi per attivare il sistema nazionale.

L’ISPRA ha anche un portale con le mappe di inondazione da tsunami per le coste italiane, con zone di allerta ed evacuazione legate a scenari generati da terremoti. Sono strumenti tecnici, certo, però raccontano una cosa molto pratica: il rischio maremoto nel Mediterraneo non appartiene solo ai documenti degli esperti francesi o alle esercitazioni in Costa Azzurra. Sta dentro un sistema comune, dove un terremoto in mare può produrre effetti su coste diverse, in Paesi diversi, in tempi stretti.

Il limite rimane sempre lo stesso. Gli allarmi funzionano bene quando c’è abbastanza tempo per misurare, calcolare, trasmettere, ricevere, decidere, far partire le procedure. Davanti a una frana sottomarina locale o a un evento molto vicino alla costa, l’avviso istituzionale può arrivare tardi rispetto al primo impatto. Per questo i segnali naturali hanno ancora un valore enorme: una scossa forte o lunga vicino al mare, un ritiro improvviso dell’acqua, correnti insolite, rumori anomali, barche che si muovono in modo strano nei porti. In quei casi la scelta più sensata è allontanarsi subito dalla riva e salire verso zone più alte, senza aspettare di capire se il mare “sta facendo sul serio”.

La prevenzione, vista da vicino, ha pochissima retorica. È un cartello ben messo. Una scuola che prova il percorso. Una spiaggia con indicazioni comprensibili anche a chi arriva da fuori. Un messaggio sul telefono che non viene scambiato per l’ennesima notifica inutile. Una famiglia che sa che il punto di ritrovo sta più in alto, lungo una strada precisa, e non “da qualche parte”. Fa meno impressione delle onde viste nei film, ma salva più vite.

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