Turisti trasportati sulle spalle nella foresta per vedere i gorilla in Uganda: cosa si nasconde dietro le scene dal sapore coloniale

Turisti bianchi seduti su una portantina, trasportati nella foresta da un gruppo di uomini locali, mentre intorno ci sono gli ultimi gorilla di montagna del pianeta. Sono immagini che, di tanto in tanto, fanno il giro dei social accendendo dibattiti: è un servizio che rende il turismo della natura più accessibile o una scena che ripropone vecchie gerarchie coloniali?

Siamo nel Bwindi Impenetrable National Park, nel sud-ovest dell’Uganda, una foresta patrimonio UNESCO dal 1994 e uno dei luoghi più importanti al mondo per la conservazione del gorilla di montagna (Gorilla beringei beringei). Qui vive circa metà della popolazione mondiale rimasta di questa specie.

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Per arrivare vicino ai gorilla, se proprio lo si “deve” fare, bisogna affrontare un percorso impegnativo: ore di cammino nella foresta, sentieri ripidi, fango, umidità e terreni difficili. Per chi non ha sufficiente preparazione fisica, per persone anziane o con difficoltà motorie gli ugandesi hanno una soluzione già da tempo: la sedan chair, una sorta di portantina trasportata a spalla.

Gli operatori locali la chiamano “African helicopter”: l’“elicottero africano” ed è un servizio che può costare alcune centinaia di dollari e che coinvolge gruppi di portatori appartenenti alle comunità vicine al parco. Per alcuni visitatori rappresenta l’unico modo per vivere un’esperienza altrimenti impossibile.

Ma ecco il punto cui volevamo arrivare (al di là della visita che i gorilla nemmeno ci hanno chiesto, per quale bisogna fare percorsi chilometri e pagare fior di quattrini): è un mero servizio di inclusione o un lusso da turisti bianchi ricchi che possono permetterselo? Chi lo difende, sottolinea che la portantina consentirebbe soprattutto a persone con limitazioni fisiche di partecipare a un’esperienza considerata tra le “più straordinarie del turismo naturalistico mondiale”. Inoltre, per molte famiglie locali il turismo rappresenta una fonte di reddito importante: i portatori, cioè, sono lavoratori delle comunità vicine al parco e il denaro generato dalle attività turistiche contribuisce all’economia locale.

Quando assumi questi portatori, stanno sostenendo altre cinque persone nella loro famiglia, spiega Gladys Kalema-Zikusoka, primatologa di spicco e fondatrice di Conservation Through Public Health, un’ONG dedicata alla convivenza tra esseri umani e primati in pericolo.

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Mi sono formato come guida turistica in Uganda e sono io stesso ugandese. La nostra cultura lo consente e la cosa non ha nulla a che fare con lo sfruttamento o con questioni di autostima; si tratta piuttosto di rispetto verso gli anziani e le persone inferme. Nella capitale, lavoratori autonomi ugandesi trasportano pesanti bagagli come portatori, sia per i cittadini locali che per altri; sempre in proprio, trasportano su carretti di legno prodotti agricoli per le stesse categorie di persone. Il settore turistico ha semplicemente mutuato questa pratica, applicandola al proprio ambito, dice inoltre una guida sotto un post:

Il turismo dei gorilla, inoltre, sarebbe anche uno degli strumenti attraverso cui l’Uganda finanzia la protezione di una specie che per decenni è stata minacciata dalla perdita di habitat, dai conflitti e dal bracconaggio.

Perché allora le immagini suscitano polemiche?

Beh, perché hanno un fortissimo peso simbolico. Un turista occidentale seduto e trasportato da lavoratori africani richiama inevitabilmente a immagini del passato coloniale: esploratori, funzionari e viaggiatori europei che attraversavano il continente trasportati da persone locali. È proprio questo elemento visivo che spinge a parlare di “turismo neocoloniale”. Non tanto il fatto che i portatori siano pagati o meno o che il servizio sia illegale, ma piuttosto il tipo di relazione rappresentata: un visitatore con maggiore disponibilità economica che acquista un’esperienza in cui altre persone mettono a disposizione il proprio corpo e la propria fatica (per cui ciò che divide l’opinione pubblica non riguarda tanto le persone che non possono camminare per motivi fisici).

Non a caso il sociologo John Urry parlava di “tourist gaze”, lo “sguardo turistico”, per indicare il modo in cui il turismo può trasformare luoghi e persone in elementi di consumo, creando rapporti di potere tra chi osserva e chi viene osservato.

Il paradosso del turismo dei gorilla

La vicenda dell’“African helicopter” racchiude una contraddizione più grande. Secondo i locali, da un lato il turismo ha contribuito concretamente alla sopravvivenza dei gorilla di montagna (i permessi di trekking hanno un costo elevato e parte delle entrate finanzia la gestione dei parchi e i programmi di conservazione); dall’altro, proprio il successo di questo turismo di turismo non può non creare tensioni: aumento della pressione sui territori, disuguaglianze nella distribuzione dei benefici e il rischio che le comunità locali diventino parte dello “scenario” offerto ai visitatori.

Uno studio pubblicato sull’African Journal of Hospitality, Tourism and Leisure ha evidenziato come tra i residenti delle aree vicine a Bwindi il turismo venga percepito in modo ambivalente: una fonte di opportunità economiche, ma anche un fenomeno capace di modificare cultura, relazioni sociali e accesso alle risorse.

Come può, quindi, il turismo della natura generare benefici per gli ecosistemi e per le comunità locali senza riprodurre rapporti di disuguaglianza? Il gorilla trekking avrà sì dimostrato che il turismo può aiutare a proteggere una specie minacciata, ma la conservazione non può riguardare soltanto gli animali: deve includere anche le persone che vivono accanto a quei territori.

Magari la sfida sarà interrogarsi su come rendere più equi questi aspetti: garantire condizioni dignitose ai lavoratori, maggiore partecipazione delle comunità locali nelle decisioni e un turismo che non trasformi nessuno in semplice parte dello spettacolo.

E ai gorilla nessuno ci pensa? Beh, resta da chiedersi se questo turismo sia etico e faccia realmente del bene a questi splendidi animali. Ma questa è un’altra storia.

Fonte: Los Angeles Times

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