L’uva è uno dei frutti simbolo dell’autunno, dolce e profumata, ma quei grappoli così invitanti possono nascondere qualche sorpresa poco gradita. Per difendere la vite da insetti e malattie fungine, infatti, i trattamenti sono ormai una pratica diffusa, e non sempre si riesce a evitare che qualche traccia di queste sostanze finisca nel frutto che portiamo in tavola.
A riaccendere l’attenzione su questo problema è un nuovo test della rivista svizzera Saldo, che ha analizzato 20 campioni di uva da tavola acquistati nei supermercati. Il risultato fa riflettere: in 15 di questi sono stati trovati residui di pesticidi, e in un caso le sostanze rilevate erano addirittura otto.
La faccenda ci riguarda da vicino, perché ben 14 campioni su 20 arrivavano proprio dall’Italia. C’è però anche qualche notizia incoraggiante: cinque prodotti sono risultati completamente privi di residui rilevabili, e quattro di questi erano italiani.
I risultati
Il campione con il maggior numero di sostanze rilevate è l’uva Vittoria venduta da Volg e proveniente dall’Italia, nella quale il laboratorio ha individuato due insetticidi e sei fungicidi, per un totale di otto pesticidi. Tra le sostanze identificate figurano acetamiprid e zoxamide. Secondo quanto riportato da Saldo, tutti gli otto composti sono tossici per gli organismi acquatici.
Il record per la quantità complessiva di residui spetta invece all’uva bianca senza semi Cotton Candy di Migros Extra, anch’essa italiana: il campione conteneva tre pesticidi, per una somma pari a 1,14 milligrammi per chilogrammo. Seguono l’uva chiara senza semi venduta da Lidl, di origine spagnola, con 0,968 mg/kg, e quella commercializzata da Denner con il marchio Sibarista de Distinet, sempre proveniente dalla Spagna, con 0,656 mg/kg.
Attenzione però a come leggere questi numeri, perché indicano la somma di tutti i residui trovati e non la quantità di una singola sostanza. E soprattutto, la presenza di pesticidi non vuol dire che l’uva sia fuori legge: i dati non dicono che questi prodotti superino i limiti consentiti, né che mangiarli faccia male subito. Ma il fatto che quelle tracce ci siano, e in certi casi anche in quantità multiple, è comunque un segnale su cui vale la pena soffermarsi.
C’è poi un altro dato che pesa, quello dei pesticidi a base di composti fluorurati, presenti in 12 campioni su 20, cioè nel 60% dei casi, per un totale di sei sostanze diverse. Il problema riguarda anche l’ambiente, perché alcune di queste molecole, degradandosi, possono trasformarsi in altre sostanze come l’acido trifluoroacetico (TFA), che appartiene alla famiglia dei PFAS e preoccupa per la sua persistenza e la sua diffusione. Il test non ha misurato direttamente il TFA nell’uva, quindi non possiamo dire che quei frutti ne contenessero, ma il tema degli effetti ambientali dei pesticidi, anche dopo l’uso, resta tutt’altro che marginale.
Saldo segnala inoltre criticità tossicologiche per alcune delle sostanze trovate, tra cui acetamiprid, spiroxamina, penconazolo, etofenprox e trifloxystrobin, con possibili rischi per lo sviluppo prenatale e per i bambini allattati al seno.
E il biologico? A far discutere sono i due campioni di uva bio italiana venduti da Lidl e Migros, in cui è stato trovato lo spinosad, un insetticida che l’agricoltura biologica dell’Unione europea consente, quindi non si parla di violazione delle regole. Questo però non vuol dire che sia innocuo, perché lo spinosad è noto per la sua tossicità verso diversi insetti utili e verso gli organismi acquatici, e il risultato ci ricorda che biologico non significa automaticamente privo di pesticidi.
Come già preannunciavamo, il test ha comunque fatto emergere anche qualche buona notizia. 5 campioni sono risultati senza alcun residuo rilevabile: l’uva bianca senza semi di Spar, l’uva bianca Bio Natura di Aldi, l’uva fragola di Coop, l’uva bianca biologica Naturaplan Bio Demeter di Coop e l’uva chiara senza semi di Volg. Quattro erano italiane e una spagnola, e solo due su cinque erano bio, segno che, almeno tra i campioni analizzati, l’assenza di residui non dipende soltanto dal metodo di coltivazione.

@Saldo
Il problema dei residui multipli
I produttori interpellati dalla rivista svizzera hanno dichiarato di rispettare la normativa vigente. Saldo, tuttavia, adotta criteri di valutazione più severi di quelli previsti dalla legge e pone l’accento sulla presenza contemporanea di più pesticidi nello stesso alimento.
La normativa stabilisce limiti massimi di residui per le singole sostanze e prevede anche attività di valutazione dei possibili effetti cumulativi. La questione delle miscele è però complessa: sommare le quantità di pesticidi presenti in un campione non basta, da solo, a stabilire quanto sia rischioso per la salute, perché sostanze diverse possono avere caratteristiche tossicologiche differenti. Per valutare gli eventuali effetti combinati occorre considerare anche i meccanismi d’azione e le modalità di esposizione.
Resta comunque importante limitare la presenza di residui negli alimenti, considerando che l’esposizione non dipende da un solo frutto, ma dall’insieme della dieta e da altre possibili fonti ambientali.
Lavare l’uva elimina i pesticidi?
Per verificare quanto il lavaggio possa incidere sui residui, Saldo ha effettuato una prova su 10 campioni. Cinque grappoli sono stati semplicemente risciacquati con acqua; gli altri cinque sono stati prima immersi per cinque minuti, agitati e poi risciacquati.
Le analisi successive hanno mostrato che il lavaggio può ridurre alcuni residui, in certi casi anche della metà, ma raramente li elimina del tutto. Per alcune sostanze, inoltre, non è stata osservata alcuna riduzione. La sola immersione in acqua è risultata meno efficace rispetto al trattamento che prevedeva anche il risciacquo.
Lavare accuratamente l’uva prima di mangiarla resta dunque una buona abitudine igienica, utile anche per rimuovere sporco e altre impurità superficiali. Non bisogna però considerarlo un metodo capace di neutralizzare tutti i residui di pesticidi, soprattutto quando le sostanze sono difficili da rimuovere con l’acqua.
Fonte: Saldo
