Vogliono trasformare le Falkland in un gigantesco allevamento di salmoni: a rischio uno degli ultimi paradisi marini

È tra le ultime terre selvagge incontaminate al mondo, con acque costiere uniche ricche di krill e calamari che attirano leoni marini, elefanti marini, delfini e balene e dove i pinguini, di cui ci sono cinque specie diverse, superano in numero le persone.

Ma i piani per trasformare le Isole Falkland, uno dei territori britannici d’oltremare più remoti, in una nuova frontiera per l’allevamento del salmone hanno diviso proprio quella popolazione di appena 3.500 anime. E ora chi si oppone all’allevamento del salmone chiede un referendum.

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Cosa sta accadendo esattamente?

Unity Marine, una joint venture tra Fortuna, una compagnia locale di pesca, e la società danese F-land ApS, vuole allevare 50.000 tonnellate di salmone all’anno in 16 località, in quello che verrebbe salutato come il più grande sviluppo industriale costiero nella storia dell’arcipelago.

Se da un lato – stando una valutazione commissionata dal governo delle Isole Falkland – coltivare 30mila tonnellate annualmente potrebbe aggiungere 35 milioni di sterline all’anno all’economia del territorio, equivalenti all’11% del PIL, e fornire 133 posti di lavoro, dall’altro, secondo Salmon Free Falklands (SFF), organizzazione fondata dai residenti per opporsi al progetto, solo una consultazione popolare consentirà di decidere una volta per tutte.

I rapporti commissionati dal governo delle Falkland nell’ambito della consultazione si basano su dati non verificabili forniti da Unity Marine – spiega Sally Poncet, di SFF. Ci sono “informazioni insufficienti” sull’impatto che l’industria avrebbe sulle isole.

Il problema, sostiene, è che parte dei rapporti commissionati dal governo si basa su dati forniti dalla stessa Unity Marine e non verificati in maniera indipendente. Restano inoltre grandi interrogativi sugli effetti che migliaia di tonnellate di pesce allevato potrebbero avere sugli ecosistemi costieri.

Uno dei timori riguarda l’accumulo di rifiuti organici, mangimi e deiezioni sotto le gabbie, che potrebbe alterare i fondali e influenzare le alghe marine. Proprio queste aree rappresentano habitat e zone di riproduzione importanti per numerose specie, compresi i calamari, che hanno anche un ruolo fondamentale nell’economia locale.

Come la mettiamo con la “capacità di carico”

Secondo Louise Cherrie, ex membro dell’autorità per la protezione ambientale della Tasmania e oggi consulente della Sustainable Fisheries Falkland, manca ancora un dato essenziale: quanti salmoni possano realmente essere allevati nelle acque delle Falkland senza superare i limiti ecologici dell’ambiente.

È quella che in ecologia viene definita capacità di carico: Cherrie sostiene che questo parametro non sia stato ancora stabilito attraverso un processo scientifico sufficientemente rigoroso.

E senza conoscere la capacità reale dell’ecosistema, diventa difficile calcolare anche i costi ambientali, quelli della regolamentazione e gli eventuali benefici economici. Secondo l’esperta, i rapporti finora pubblicati sarebbero quindi troppo preliminari per rappresentare una vera analisi costi-benefici.

C’è poi un altro tema che preoccupa gli ambientalisti: le mortalità di massa, che negli allevamenti intensivi non è evento eccezionale. Malattie, parassiti, temperature elevate dell’acqua, carenza di ossigeno e proliferazioni algali possono provocare la morte improvvisa di grandi quantità di pesci.

Ma nelle remote Falkland rimane una domanda tutt’altro che secondaria: come verrebbero gestite e smaltite migliaia di tonnellate di salmoni morti? Secondo Cherrie, questo scenario non sarebbe stato adeguatamente affrontato nei documenti ambientali disponibili.

Già nel 2022 il Governo aveva detto no

Non è di fatto la prima volta che le Falkland discutono di allevamento intensivo di salmoni. Nel 2022 il governo aveva deciso di non procedere con lo sviluppo dell’industria salmonicola.

Unity Marine contestò allora quella decisione attraverso un procedimento di revisione giudiziaria, sostenendo che prima di vietare l’attività fosse necessaria una consultazione pubblica estesa a tutta la popolazione delle isole.

Il contenzioso si concluse con un accordo tra le parti: la decisione del 2022 venne annullata e fu avviato il nuovo processo di valutazione e consultazione.

Oggi, gli ambientalisti non sostengono necessariamente che ogni forma di acquacoltura sia impossibile alle Falkland. Chiedono però che una decisione potenzialmente irreversibile venga presa solo dopo aver stabilito con dati indipendenti quali siano i limiti dell’ecosistema.

Nei fatti, 50mila tonnellate di salmone all’anno non sono un esperimento e che comportano grosse quantità di mangimi, rifiuti organici, possibili farmaci, parassiti, mortalità, trasporto e infrastrutture distribuite lungo chilometri di coste.

E in un arcipelago remoto, dove l’economia e la biodiversità dipendono profondamente dal mare, quanto potrebbe costare se qualcosa andasse storto?

Fonte: The Guardian

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